Nel 1569 le Chiese Riformate nei Paesi Bassi composero la loro professione di fede in francese, traducendola poi in olandese. Nel 1574 lo scritto fu approvato dal Sinodo di Dordrecht con piccole modifiche e acquistò un’autorità confessionale. Lo scritto influenzò profondamente il secondo Sinodo di Dordrecht (1618-1619) e fu accolto anche in Svizzera, Francia e altrove. A questo secondo Sinodo parteciparono pastori e laici olandesi, oltre a ventotto delegati stranieri dei principali paesi dell’Europa del tempo, tra i quali Giovanni Diodati, facendone così una specie di concilio generale delle chiese riformate. Con i suoi “canoni” il Sinodo di Dordrecht intese rispondere ai cosiddetti Rimostranti, ossia ai seguaci di Jacob Arminius, il quale aveva reintrodotto il pelagianesimo cercando di far posto alla libero arbitrio dell’uomo a fianco della grazia divina. I cinque punti dei esposti dai canoni costituiscono dunque una risposta alle cinque rimostranze sollevate alla dottrina riformata.

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1 La presente traduzione è condotta sulla versione francese dei canoni, fatta a Dordrecht l’anno stesso della loro pubblicazione in latino, quale si trova in Confessions et catèchismes de la foi rèformèe, a cura di O.Fatio, Pubblications de la Facultè de Thèologie de l’Universitè de Genève, Labor et Fides, Genève 1986, 312-346.

IL PRIMO PUNTO DI DOTTRINA RIGUARDANTE L’ELEZIONE E LA RIPROVAZIONE

Articolo I

Poiché tutti gli uomini hanno peccato in Adamo e si sono resi colpevoli della maledizione e della morte eterna, Dio non avrebbe fatto torto a nessuno se avesse voluto lasciare tutto il genere umano nel peccato e nella maledizione e condannarlo a causa del peccato, secondo queste parole dell’apostolo: “Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio. Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Romani 3:19, 23) e: “Il salario del peccato è la morte” (Romani 6:23).

Articolo II

Ma in questo si è manifestato l’amore di Dio, nell’aver inviato il proprio unico Figlio nel mondo perché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna (I Giovanni 4:9; Giovanni 3:16).

Articolo III

Ora per condurre gli uomini alla fede, nella sua bontà Dio manda a chi vuole e quando vuole i banditori di questa gioiosa novella, mediante il cui ministero gli uomini sono chiamati al pentimento e alla fede in Gesù Cristo crocifisso. Infatti: “Come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati?” (Romani 10:14-15).

Articolo IV

Su coloro che non credono a questo Vangelo pende la collera di Dio, ma coloro che lo ricevono e abbracciano il salvatore Gesù con vera e viva fede sono da lui liberati dalla collera di Dio e dalla perdizione e sono resi partecipi della vita eterna.

Articolo V

La causa o colpa di questa incredulità, non diversamente da quella di tutti gli altri peccati, non si trova in Dio, bensì nell’uomo; ma la fede in Gesù Cristo e la salvezza attraverso di lui sono un dono gratuito di Dio, come sta scritto: “Per grazia voi siete salvati mediante la fede e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio” (Efesini 2:8). Similmente: “Perché vi è stata concessa la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui” (Filippesi 1:29).

Articolo VI

Il fatto che Dio dia a tempo debito la fede ad alcuni e non la dia ad altri dipende dal suo eterno decreto: “Il Signore che fa queste cose a lui note fin dall’eternità” (Atti 15:18) e “compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà” (Efesini 1:11). Secondo quel decreto, egli ammorbidisce con la grazia il cuore degli eletti, per quanto duri possano essere, e li piega a credere, ma lascia, con giusto giudizio, coloro che non sono eletti nella loro malizia e durezza. E in questo si manifesta soprattutto la profonda, misericordiosa e al tempo stesso giusta distinzione fra gli uomini che erano tutti ugualmente perduti, cioè il decreto dell’elezione e della riprovazione, rivelato nella parola di Dio, che come i perversi, gli impuri e i mal assicurati si storcono alla loro perdizione, così offre una consolazione indicibile alle anime sante e religiose.

Articolo VII

Ora l’elezione è il disegno immutabile di Dio, mediante il quale, secondo il liberissimo beneplacito della sua volontà, per pura grazia, egli ha eletto prima della fondazione del mondo per la salvezza in Gesù Cristo fra tutto il genere umano, decaduto per sua propria colpa dalla sua originaria integrità nel peccato e nella perdizione, una determinata moltitudine di uomini né migliori né più degni di altri, ma che si trovavano assieme a loro nella stessa miseria. Quel Gesù Cristo Dio l’ha anche costituito, da tutta l’eternità, mediatore e capo di tutti gli eletti e come fondamento della salvezza e così ha stabilito di donarli a Cristo per salvarli e chiamarli e attirarli efficacemente alla comunione con lui, mediante la sua Parola e il suo Spirito: ossia di dar loro la vera fede in lui, giustificarli, santificarli e dopo averli con potenza conservati nella comunione del suo Figlio, alla fine di glorificarli, a dimostrazione della sua misericordia e a lode delle ricchezze della gloria della sua grazia, secondo quanto sta scritto: “Avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio” (Efesini 1:4-6). E ancora: “Quelli che ha predestinati, li ha anche chiamati e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati” (Romani 8:30).

Articolo VIII

Quest’elezione non è di diversi tipi, ma è una sola e la stessa per tutti coloro che saranno salvati, nell’Antico e nel Nuovo Testamento, poiché la Scrittura annuncia un solo beneplacito, un solo fermo proposito e consiglio della volontà di Dio, mediante il quale ci ha eletti dall’eternità, sia alla grazia che alla gloria, sia alla salvezza che alla via della salvezza, che egli ha preparata perché camminassimo in essa.

Articolo IX

Questa stessa elezione è avvenuta non in considerazione della previsione della fede e dell’obbedienza della fede, della santità o di qualche altra buona qualità e disposizione, quale causa e condizione previamente richiesta nell’uomo che doveva essere eletto, ma per dare la fede e l’obbedienza della fede, la santità, ecc. L’elezione è quindi la sorgente di ogni bene salutare, dalla quale sgorgano la fede, la santità e gli altri doni della salvezza, in una parola la stessa vita eterna, come suoi frutti ed effetti, secondo l’affermazione dell’apostolo: “Ci ha eletti”, non perché eravamo, ma “perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui” (Efesini 1:3).

Articolo X

Ora la causa di questa elezione gratuita è il solo beneplacito di Dio, il quale non consiste affatto nell’aver scelto come condizione della salvezza certe qualità o azioni umane fra tutte quelle che sono possibili, bensì nell’aver preso per sé quale sua particolare eredità alcune determinate persone nella generale massa dei peccatori, così come sta scritto: “Poiché, prima che i gemelli fossero nati e che avessero fatto del bene o del male (affinché rimanesse fermo il proponimento di Dio, secondo elezione, che dipende non da opere, ma da colui che chiama), le fu detto: ‘Il maggiore servirà il minore’; com’è scritto: ‘Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù’” (Romani 9:11-13). E ancora: “Tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero” (Atti 13:48).

Articolo XI

E poiché Dio stesso è sapientissimo, immutabile, onnisciente e onnipotente, l’elezione da lui fatta non può essere né interrotta, né cambiata, né revocata, né annientata e gli eletti non possono essere rigettati né il loro numero essere ridotto.

Articolo XII

A tempo debito, agli eletti è data la certezza loro di questa elezione eterna e immutabile alla salvezza, anche se in diverso grado e misura, non mediante il curioso sondare i segreti e le profondità di Dio, ma facendo attenzione in loro stessi, con gioia spirituale e santa allegrezza, ai frutti infallibili dell’elezione, indicati dalla parola di Dio, quali la vera fede in Gesù Cristo, il filiale timor di Dio, la tristezza secondo Dio, la fame e la sete di giustizia, ecc.

Articolo XIII

Grazie alla certezza e alla conoscenza interiore di quest’elezione, i figli di Dio trovano di giorno in giorno sempre più motivi di umiliarsi davanti a Dio, adorare l’abisso delle sue misericordie, purificare se stessi, amare ardentissimamente a loro volta colui che per primo li ha tanto amati. È assolutamente impensabile che mediante questa dottrina dell’elezione e attraverso la sua meditazione essi siano resi più pigri o carnalmente trascurati ad osservare i comandamenti di Dio. Ciò accade normalmente per un giusto giudizio di Dio a coloro che, o presumendo temerariamente o sparlando a capriccio e in modo esuberante della grazia dell’elezione, non vogliono camminare nelle vie degli eletti.

Articolo XIV

Ora poiché questa dottrina dell’elezione divina, secondo il sapientissimo consiglio di Dio, è stata predicata dai profeti, dallo stesso Gesù Cristo e dagli apostoli, sia nell’antico che nel nuovo testamento, e successivamente messa per iscritto nelle sacre Scritture, essa deve essere proposta anche oggi nella chiesa di Dio, alla quale è particolarmente destinata, con spirito di discernimento, religiosamente e santamente, a tempo e luogo, lasciando cadere ogni curiosa ricerca delle vie dell’Altissimo, il tutto a gloria del santo Nome di Dio e per la viva consolazione del suo popolo.

Articolo XV

Del resto, la sacra Scrittura rende tanto più nobile e raccomandabile questa grazia eterna e gratuita della nostra elezione, testimoniando anche che non tutti gli uomini sono eletti ma che, nell’eterna elezione di Dio, vi sono quelli che non sono eletti, o lasciati indietro, quelli cioè che Dio, secondo il suo liberissimo, giustissimo, irreprensibile, immutabile beneplacito, ha stabilito di lasciare nella comune miseria, nella quale essi sono precipitati per la loro propria colpa, e di non dare loro la fede salutare né la grazia della conversione, bensì, dopo averli abbandonati nelle loro vie e sotto un giusto giudizio, di condannarli e punirli poi eternamente, non solo a causa della loro infedeltà, ma anche per tutti gli altri loro peccati, a manifestazione della sua giustizia. È questo il decreto della riprovazione, che non trasforma affatto Dio in autore del peccato (cosa che non si può neppure pensare senza bestemmiare), ma lo rivela temibile, irreprensibile, giusto giudice e vendicatore del peccato.

Articolo XVI

Coloro che non sentono ancora efficacemente la viva fede in Gesù Cristo, o una certa fiducia nel cuore, la pace della coscienza, la preoccupazione e cura di un’obbedienza filiale e il fatto di gloriarsi in Dio mediante Gesù Cristo, ma si servono ciononostante dei mezzi attraverso i quali Dio ha promesso di realizzare queste cose in noi, non devono perdersi d’animo quando sentono parlare della riprovazione né porsi dalla parte dei riprovati, ma devono, al contrario, continuare accuratamente a servirsi di questi mezzi e desiderare ardentemente il momento di una grazia più abbondante e giungervi con ogni rispetto e umiltà. Tanto meno devono essere spaventati dalla dottrina della riprovazione coloro che, pur desiderando convertirsi a Dio seriamente, piacere unicamente a lui ed essere liberati da questo corpo di morte, non riescono cionondimeno ad avanzare quanto vorrebbero nel cammino della pietà e della fede, poiché Dio, che è misericordioso, ha promesso di non spegnere il lucignolo fumigante e di non spezzare la canna incrinata. Ma questa dottrina è giustamente temuta da coloro i quali, essendosi dimenticati di Dio e del salvatore Gesù Cristo, si sono resi completamenti schiavi delle preoccupazioni di questo mondo e dei desideri della carne fino a quando non si convertono a Dio.

Articolo XVII

Dato che dobbiamo giudicare della volontà di Dio mediante la sua Parola, la quale testimonia che i figli dei fedeli sono santi, in verità non per natura, ma grazie al beneficio del Patto di grazia, nel quale sono inseriti assieme ai loro padri e alle loro madri che temono Dio, essi non devono dubitare dell’elezione e salvezza dei loro figli che Dio richiama a sé da questa vita nella loro infanzia.

Articolo XVIII

Se qualcuno mormora contro questa grazia dell’elezione gratuita e contro la severità della giusta riprovazione, noi gli contrapponiamo quest’affermazione dell’apostolo: “Piuttosto, o uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa plasmata dirà forse a colui che la plasmò: ‘Perché mi hai fatta così?’” (Romani 9:20), e quella del Salvatore: “Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio?” (Matteo 20:15). Quanto a noi che adoriamo religiosamente questi misteri, esclamiamo con l’apostolo: “Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! Infatti ‘chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere?’. ‘O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?’. Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen” (Romani 11:33-36).

Rifiuto degli errori da cui le chiese dei Paesi Bassi sono state travagliate per un certo tempo. Dopo aver esposto la dottrina ortodossa dell’elezione e della riprovazione, il Sinodo rigetta gli errori di coloro i quali insegnano:

I. Che la volontà di Dio di salvare coloro che crederanno e persevereranno nella fede e nell’obbedienza è l’intero e totale decreto dell’elezione alla salvezza e che non esiste alcun’altra cosa rivelata nella parola di Dio riguardo a questo decreto. Costoro infatti ingannano i semplici e contraddicono manifestamente la sacra Scrittura, la quale afferma non solo che Dio vuole salvare coloro che crederanno, ma anche che da tutta l’eternità ha scelto determinate persone per dare a suo tempo a loro piuttosto che alle altre la fede in Gesù Cristo e la perseveranza, come sta scritto: “Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo” (Giovanni 17:6). Similmente: “Tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero” (Atti 13:48). E ancora: “In lui ci ha eletti prima della fondazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui” (Efesini 1:4).

II. Che l’elezione di Dio alla vita eterna è di diverse specie: una generale e indefinita, l’altra particolare e definita. E quest’ultima è a sua volta o incompleta, revocabile, non perentoria, ma condizionata, oppure completa, irrevocabile, perentoria o assoluta. Similmente: che l’elezione alla fede è diversa dall’elezione alla salvezza, al punto che l’elezione alla fede giustificante può essere senza elezione perentoria alla salvezza. Ciò non è altro, infatti, che un’invenzione della mente umana, costruita di sana pianta al di fuori delle Scritture e tale da corrompere la dottrina dell’elezione e spezzare questa catena d’oro della nostra salvezza: “Quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati” (Romani 8:30).

III. Che il beneplacito e il disegno stabilito di Dio, di cui parla la Scrittura nella dottrina dell’elezione, non consiste nel fatto che Dio ha scelto certe persone invece di altre, ma nel fatto che da tutte la condizioni possibili (fra le quali sono anche le opere della legge) o dall’ordine di tutte le

cose, Dio ha scelto l’atto della fede, per quanto vile in sé, e l’obbedienza imperfetta della fede quale condizione della salvezza e che per grazia ha voluto ritenerlo un’obbedienza perfetta e giudicarlo degno di essere ricompensato con la vita eterna. Attraverso questo errore pernicioso, infatti, il beneplacito di Dio e il merito di Gesù Cristo viene indebolito, gli uomini sono distolti da inutili questioni dalla verità della giustificazione gratuita e dalla semplicità della Scritture e si reputa falsa quest’affermazione dell’apostolo: “Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall’eternità” (II Timoteo 1:9).

IV. Che nell’elezione alla fede è richiesta previamente la condizione che l’uomo usi rettamente del lume naturale, che sia un uomo dabbene, umile e disposto alla vita eterna, quasi che in qualche modo l’elezione dipendesse da queste cose. Ciò risente infatti dell’opinione di Pelagio e taccia apertamente di falsità l’apostolo quando dice : “Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d’ira, come gli altri. Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nei luoghi celesti in Cristo Gesù, per mostrare nei tempi futuri l’immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù. Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:3-9).

V. Che l’elezione incompleta e non perentoria di particolari persone alla salvezza è avvenuta per aver previsto la fede, la conversione, la santità e la pietà semplicemente avviata o continuata per un certo tempo, ma che l’elezione completa e perentoria avviene per aver previsto la perseveranza finale della fede, della conversione, della santità e pietà. E che in questo sta la dignità gratuita ed evangelica, per la quale colui che è eletto è più degno di colui che non è eletto e quindi che la fede, l’obbedienza di fede, la santità, la pietà e la perseveranza non sono frutti o effetti dell’elezione immutabile alla gloria, bensì condizioni e cause senza le quali l’elezione non può avvenire, condizioni e cause che sono preventivamente richieste e previste come se fossero già realizzate in coloro che dovranno essere definitivamente eletti. Ora questo contraddice l’intera Scrittura, la quale in diversi passi inculca alle nostre orecchie e ai nostri cuori queste affermazioni e simili: “Dipende non da opere, ma da colui che chiama” (Romani 9:12); “Tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero” (Atti 13:48); “In lui ci ha eletti prima della fondazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui” (Efesini 1:4); “Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi” (Giovanni 15:16); “Ma se è per grazia, non è più per opere; altrimenti, la grazia non è più grazia” (Romani 11:6); “In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati” (I Giovanni 4:10).

VI. Che qualsiasi elezione alla salvezza non è immutabile, ma che certi eletti, nonostante tutto e nonostante qualsiasi decreto di Dio, possono perire e periscono eternamente. Con questo errore essi rendono Dio mutevole, distruggono la consolazione dei fedeli circa la saldezza della loro elezione e contraddicono le sacre Scritture, le quali insegnano: “Sorgeranno falsi cristi e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti” (Matteo 24:24); “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nessuno di quelli che egli mi ha dati, ma che li risusciti nell’ultimo giorno” (Giovanni 6:39); “Quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati” (Romani 8:30).

VII. Che, durante questa vita, dall’immutabile elezione alla gloria non deriva alcun frutto, alcun sentimento, alcuna certezza, se non quella che si può avere in una situazione mutevole e

contingente. Ora, a parte il fatto che è assurdo porre una certezza che sia incerta, ciò contraddice l’esperienza dei santi, i quali, con l’apostolo, si rallegrano al sentimento della loro elezione, celebrando questo beneficio di Dio e che, come i discepoli, non si rallegrano perché gli spiriti sono loro sottoposti, ma perché i loro nomi “sono scritti nei cieli” (Luca 10:20). In una parola, oppongono il sentimento dell’elezione ai dardi infuocati delle tentazioni del diavolo, chiedendo: “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica”(Romani 8:33).

VIII. Che Dio, con la sua sola giusta volontà, non ha stabilito di lasciare alcuno nella caduta di Adamo e nello stato comune del peccato e della condanna, o di lasciarlo indietro, nella comunicazione della grazia necessaria alla fede e alla conversione. Infatti, questo è certo: “Così dunque egli fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole” (Romani 9:18). Similmente: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli; ma a loro non è dato” (Matteo 13:11). Similmente: “In quel tempo Gesù prese a dire: ‘Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto’” (Matteo 11:25-26).

IX. Che il motivo per cui Dio manda il Vangelo piuttosto ad una nazione che non ad un’altra non è il solo e unico beneplacito di Dio, ma perché una nazione è migliore e più degna di quell’altra, alla quale non viene comunicato il Vangelo. Infatti, Mosè contraddice quest’affermazione là dove così parla al popolo di Israele: “Ecco, al Signore tuo Dio appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e tutto ciò che essa contiene; ma soltanto ai tuoi padri il Signore si affezionò e li amò; poi, dopo di loro, fra tutti i popoli scelse la loro discendenza, cioè voi, come oggi si vede” (Deuteronomio 10:14- 15). E Gesù Cristo: “Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Perché se in Tiro e Sidone fossero state fatte le opere potenti compiute tra di voi, già da molto tempo si sarebbero pentite, con sacco e cenere”(Matteo 11:21).

IL SECONDO PUNTO DELLA DOTTRINA RIGUARDANTE LA MORTE DI GESÙ CRISTO E LA REDENZIONE DEGLI UOMINI ATTRAVERSO DI ESSA

Articolo I

Dio non è solo sommamente misericordioso, ma anche sommamente giusto. Ora la sua giustizia richiede (in base a come egli si è rivelato nella sua parola) che i nostri peccati commessi contro la sua infinita maestà siano puniti non solo con le pene temporali, ma anche con quelle eterne, sia nel corpo che nell’anima, pene che noi non possiamo evitare perché altrimenti non sarebbe resa soddisfazione alla giustizia di Dio.

Articolo II

Ora non avendo noi la possibilità di soddisfare da noi stessi, né di liberarci dalla collera divina, nella sua immensa misericordia Dio ci ha donato come garante il suo unico Figlio, il quale è stato fatto peccato e maledizione sulla croce per noi o al nostro posto, al fine di soddisfare per noi.

Articolo III

Questa morte del Figlio di Dio è l’unico e perfettissimo sacrificio e soddisfazione per i peccati, di un valore e di un prezzo infinito, che basta abbondantemente per espiare i peccati del mondo intero.

Articolo IV

E questa morte ha un così grande valore e una così grande dignità perché la persona che l’ha sofferta non è solo vero uomo e perfettamente santo, ma anche il Figlio unigenito di Dio, di una medesima eterna e infinita essenza con il Padre e lo Spirito Santo, quale doveva essere appunto il nostro Salvatore, e anche perché la sua morte è stata posta in relazione con il sentimento della collera e della maledizione di Dio, che noi avevamo meritato per i nostri peccati.

Articolo V

Del resto, la promessa del Vangelo è che chiunque crede in Gesù Cristo crocifisso non perisca, ma abbia la vita eterna, promessa che deve essere indifferentemente annunciata e proposta a tutte le nazioni e persone, alle quali Dio, secondo il suo beneplacito, invia il Vangelo e ciò con il comandamento del pentimento e della fede.

Articolo VI

Per quanto riguarda il fatto che molti che pure sono chiamati dal Vangelo non si pentono, né credono in Gesù Cristo, ma periscono nell’infedeltà, ciò non avviene per difetto o insufficienza del sacrificio di Gesù Cristo offerto sulla croce, ma per loro propria colpa.

Articolo VII

Ma poiché ci sono di quelli che credono veramente e sono liberati e salvati dai peccati e dalla perdizione mediante la morte di Gesù Cristo, questo beneficio viene loro unicamente dalla grazia di Dio della quale egli non è debitore a nessuno e che è stata da loro donata da tutta l’eternità in Gesù Cristo.

Articolo VIII

Tale è stato, infatti, il liberissimo consiglio e la favorevolissima volontà e intenzione di Dio Padre che l’efficacia vivificante e salutare della preziosissima morte del suo Figlio si estendesse a tutti gli eletti per dare solo a tutti loro la fede giustificante e condurli infallibilmente, attraverso di essa, alla salvezza; Dio ha voluto cioè che Gesù Cristo per il sangue della croce, con il quale ha confermato il nuovo patto, riscattasse efficacemente da ogni popolo, lingua e nazione, tutti coloro, e non altri, che da tutta l’eternità sono stati eletti per la salvezza e gli sono stati donati dal padre, desse loro la fede (che egli ha acquistato loro, come tutti gli altri doni dello Spirito Santo, mediante la sua morte), li

purificasse mediante il suo sangue da tutti i peccati, sia quello originale che quelli attuali, commessi sia dopo che prima di giungere alla fede, li preservasse fedelmente fino alla fine e finalmente se li facesse comparire davanti gloriosi, senza alcuna macchia.

Articolo IX

Questo consiglio sgorgato dall’amore eterno di Dio verso gli eletti si è potentemente compiuto dalle origini del mondo fino al nostro tempo, le porte dell’inferno essendovisi opposte invano, e si compirà anche in avvenire, in modo tale che gli eletti nel loro rispettivo tempo saranno raccolti insieme e vi sarà sempre una qualche chiesa di credenti, fondata sul sangue di Gesù Cristo, che amerà costantemente questo suo Signore che per essa, come lo sposo per la sua sposa, ha offerto la propria vita sulla croce, e che persevererà anche nel suo servizio e lo celebrerà sia sulla terra che nell’eternità.

Rifiuto degli errori

Dopo aver esposto la dottrina ortodossa, il Sinodo rigetta gli errori di coloro che insegnano:

I. Che Dio Padre ha destinato il suo Figlio alla morte di croce, senza alcuna certa e definita volontà di salvare una ben determinata persona, al punto che potrebbe restare salva e intera, ed essere perfetta, completa e intera in tutte le sue parti, la necessità, l’utilità e la dignità dell’impetrazione della morte di Gesù Cristo, nonostante il fatto che la redenzione impetrata non sia mai stata di fatto applicata a nessuno in particolare. Ora questa dottrina è ingiuriosa della saggezza di Dio Padre e dei meriti di Gesù Cristo e contraria alla Scrittura. Poiché ecco ciò che dice il nostro Salvatore: “Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco, ed esse mi seguono” (Giovanni 10:14, 15-27). E il profeta Isaia dice del Salvatore: “Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni, e l’opera del Signore prospererà nelle sue mani” (Isaia 53:10). In breve, ciò scardina anche l’articolo di fede con il quale noi crediamo la chiesa.

II. Che lo scopo della morte di Gesù Cristo non è stato quello di ratificare effettivamente il nuovo patto di grazia mediante il suo sangue, bensì, al contrario, solo quello di procurare al Padre il semplice diritto di contrarre nuovamente con gli uomini un patto, qualunque esso sia, vuoi di grazia vuoi di opere. Ma ciò contraddice la Scrittura, la quale insegna: “Ne consegue che Gesù è divenuto garante di un patto migliore del primo” (Ebrei 7:22). Similmente: “Un testamento, infatti, è valido quando è avvenuta la morte, poiché rimane senza effetto finché il testatore vive” (Ebrei 9:17).

III. Che Gesù Cristo, attraverso la sua soddisfazione, non ha meritato con certezza a nessuno la salvezza e la fede, mediante la quale questa soddisfazione di Gesù Cristo è stata efficacemente applicata alla salvezza, ma ha soltanto procurato al Padre il potere o la piena volontà di trattare nuovamente con gli uomini e prescrivere loro, a suo piacimento, nuove condizioni, la cui realizzazione dipenderebbe dal libero arbitrio dell’uomo, per cui potrebbe darsi che nessun uomo le compisse o tutti gli uomini lo facessero. Ora costoro hanno una concezione troppo abietta della morte di Gesù Cristo, non riconoscono in alcun modo il principale frutto o beneficio da essa acquistato e riconducono in terra dall’inferno l’errore di Pelagio.

IV. Che questa nuova alleanza di grazia che Dio Padre ha contratto con gli uomini mediante la morte di Gesù Cristo non consiste nel fatto di essere giustificati davanti a Dio e salvati per fede, nel senso che quest’ultima coglie i meriti di Gesù Cristo, ma nel fatto che, essendo abolita l’esigenza

del pagamento dell’obbedienza perfetta della legge, Dio considera la fede stessa e l’obbedienza imperfetta della fede un’obbedienza perfetta della legge e, per pura grazia, la considera degna della rimunerazione della vita eterna. Ora costoro contraddicono la Scrittura: “Sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Dio l’ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue” (Romani 3:24-25) e introducono, con l’incolto Socino, una nuova e strana giustificazione dell’uomo davanti a Dio, contro il generale consenso di tutta la chiesa.

V. Che tutti gli uomini sono ricevuti nello stato di riconciliazione e nella grazia del patto, al punto che nessuno è sottoposto a condanna o sarà condannato a causa del peccato originale, ma tutti sono esenti dalla colpa di detto peccato. Ora quest’opinione contraddice la Scrittura, la quale afferma: “Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d’ira, come gli altri” (Efesini 2:3).

VI. Che si servono della distinzione fra impetrazione e applicazione per instillare nei semplici e negli ignoranti quest’opinione: da parte sua, Dio ha voluto concedere in ugual misura a tutti gli uomini i benefici conquistati dalla morte di Gesù Cristo. E riguardo al fatto che alcuni partecipano più di altri alla remissione di peccati e alla vita eterna, questa differenza dipende dal loro libero arbitrio che si applica alla grazia, la quale è offerta indistintamente a tutti, ma ciò non dipende affatto da un dono particolare della misericordia, il quale opererebbe più efficacemente in essi, al fine della sua applicazione, che non negli altri. Infatti, fingendo di proporre questa distinzione secondo il buon senso, essi cercano di abbeverare il popolo con il veleno pernicioso del pelagianesimo.

VII. Che Gesù Cristo non ha potuto né dovuto morire, e neppure è morto per coloro che Dio ha sommamente amato ed eletto alla vita eterna, poiché costoro non hanno avuto bisogno della morte di Gesù Cristo. Infatti, essi contraddicono l’apostolo il quale dice: “ Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2:20); “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi” (Romani 8:33-34). Contraddicono anche il nostro Salvatore, il quale dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici” (Giovanni 15:12-13).

IL TERZO E QUARTO PUNTO DI DOTTRINA RIGUARDANTE LA CORRUZIONE DELL’UOMO, LA SUA CONVERSIONE A DIO E IL MODO DELLA STESSA

Articolo I

In origine, l’uomo è stato creato a immagine di Dio e dotato, nell’intelletto, della vera e salutare conoscenza del suo Creatore e delle cose spirituali; nella volontà, della giustizia e, nel cuore, della purezza in tutte le affezioni, sì è stato fatto interamente santo. Ma, essendosi allontanato da Dio per istigazione del diavolo e con la sua libera volontà, si è privato lui stesso di questi doni eccellenti e ha attirato su di sé, in loro vece, cecità, orribili tenebre, vanità e perversione del giudizio nel suo intelletto, malizia, ribellione e durezza nella sua volontà e nel suo cuore, assieme all’impurità in tutte le sue affezioni.

Articolo II

Ora l’uomo ha procreato i suoi figli nello stato in cui si trovava dopo la caduta, cioè essendo corrotto ha procreato figli corrotti, poiché la corruzione di Adamo è passata, per giusto giudizio di Dio, su tutti i suoi discendenti, ad eccezione del solo Gesù Cristo, e questo non per imitazione (come hanno preteso un tempo i pelagiani), ma mediante la propagazione della natura corrotta.

Articolo III

Tutti gli uomini sono perciò concepiti nel peccato e nascono figli dell’ira, incapaci di qualsiasi bene salutare, inclini al male, morti nel peccato e schiavi del peccato. E senza la grazia dello Spirito rigeneratore, essi non vogliono né possono ritornare a Dio, né correggere la loro natura depravata, né disporsi al suo emendamento.

Articolo IV

È vero che, dopo la caduta, ha continuato a esservi nell’uomo un qualche lume naturale, grazie al quale egli conserva ancora una certa conoscenza di Dio e delle cose naturali, discerne fra ciò che è onesto e disonesto e dimostra di avere qualche conoscenza e cura della virtù e della disciplina esteriore. Ma è ben lungi dal poter giungere, mediante questo lume naturale, alla conoscenza salutare di Dio e alla conversione a lui, che anzi non ne usa rettamente neppure nelle cose naturali e civili, ma lo imbratta in diversi modi e lo mantiene nell’ingiustizia, il che facendo si rende inescusabile davanti a Dio.

Articolo V

Ciò che vale per il lume naturale vale anche per il decalogo che Dio ha dato in particolare agli ebrei. In verità, esso scopre l’estensione del peccato e ne rende sempre più cosciente l’uomo, ma non offrendo alcun rimedio né accordando alcuna forza per uscire dalla miseria, e lasciando il trasgressore, che è debole nella carne, nella maledizione, è impossibile che l’uomo ottenga attraverso di esso la grazia salutare.

Articolo VI

Ma ciò che non può fare né il lume naturale né la legge, Dio lo compie per opera dello Spirito Santo, mediante la Parola o il ministero della riconciliazione, cioè il Vangelo che riguarda il Messia, grazie al quale è piaciuto a Dio salvare i credenti sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.

Articolo VII

Nell’Antico Testamento, Dio ha manifestato questo segreto della sua volontà a un ristretto numero di persone, ma da quando, nel Nuovo Testamento, è stata tolta la differenza dei popoli, egli lo manifesta a un maggior numero di persone. Non si deve vedere la causa di questa dispensazione nella maggior dignità di una nazione rispetto ad un’altra o nel fatto che essa si serva meglio del lume naturale, bensì del beneplacito di Dio che è liberissimo e nel suo amore gratuito. Per cui, coloro ai quali è accordata una così grande grazia, al di là e contro ogni loro merito, devono riconoscerla con cuore umile e con rendimento di grazie. Ma gli altri, ai quali questa grazia non è concessa, devono adorare con l’apostolo la severità e la giustizia dei giudizi di Dio, ma non devono assolutamente cercare di sondarli con curiosità.

Articolo VIII

Ora coloro che sono chiamati dal Vangelo sono chiamati a ragion veduta. Infatti, Dio mostra a ragion veduta e verissimamente, mediante la sua parola, ciò che gli è gradito, cioè che coloro che sono chiamati debbono venire a lui; così pure promette a ragion veduta a tutti coloro che vengono a lui e credono in lui il riposo per la loro anima e la vita eterna.

Articolo IX

Riguardo al fatto che molti chiamati dal ministero del Vangelo non vengono a lui né si convertono, la colpa non è del Vangelo, né di Gesù Cristo offerto dal Vangelo, né di Dio che il mediante il Vangelo li chiama, e distribuisce loro anche diversi doni, ma di quelli stessi che sono chiamati, alcuni dei quali per trascuratezza non ricevono la Parola della vita, mentre altri la ricevono ma non nel loro cuore, per cui dopo la gioia superficiale di una fede temporanea, fanno marcia indietro; altri ancora con le spine delle preoccupazioni e dei piaceri di questo mondo soffocano il seme della Parola e non portano alcun frutto, come insegna nostro Signore nella parabola del seme (Matteo 13).

Articolo X

Riguardo poi al fatto che gli altri chiamati dal ministero del Vangelo vengono e sono convertiti, la cosa non deve essere attribuita all’uomo, quasi che egli si scegliesse da se stesso mediante il suo libero arbitrio separandosi dagli altri che pure sono provvisti di grazia uguale o sufficiente per credere e convertirsi (come afferma la superba eresia di Pelagio), ma deve essere attribuita a Dio, il quale come ha eletto i suoi da tutta l’eternità in Cristo, così li chiama efficacemente a suo tempo, dona loro la fede e il pentimento e, dopo averli liberati dal potere delle tenebre, li trasporta nel regno del suo Figlio, perché annuncino le virtù di colui che li ha chiamati dalle tenebre nella sua ammirabile luce e non si glorino in se stessi ma nel Signore, come testimonia la Scrittura apostolica in diversi passi.

Articolo XI

Del resto, quando Dio esegue questo suo beneplacito sugli eletti o quando li converte, egli non fa solo in modo che il Vangelo sia predicato esteriormente e non illumina solo potentemente la loro intelligenza mediante lo Spirito Santo perché comprendano e discernano rettamente le cose che sono dello Spirito di Dio, ma, mediante l’efficacia dello stesso Spirito di rigenerazione, penetra fin nelle profondità dell’uomo, apre il cuore che è chiuso, smuove il cuore duro, circoncide il prepuzio del cuore, espande nuove qualità nella volontà e fa sì che da morta essa diventi viva, da cattiva buona, da non volente volente, da scontrosa obbediente, agisce in essa e la fortifica in modo che, come l’albero buono, possa produrre nuovi frutti.

Articolo XII

Consiste in questo la rigenerazione tanto celebrata nella Scrittura, il rinnovamento, la nuova creazione, la risurrezione dai morti e la vivificazione che Dio opera in noi senza di noi. Ora tutto questo non avviene grazie alla sola dottrina che colpisce l’orecchio, o persuasione morale, che si compie mediante ragioni persuasive o qualche altra operazione del genere, cosicché, dopo che Dio ha operato da parte sua, è in potere dell’uomo il fatto di essere rigenerato o no, di essere convertito o no, ma è un’operazione interamente soprannaturale, molto efficace e molto dolce al tempo stesso, ammirabile, segreta e ineffabile che, secondo la Scrittura (che è ispirata all’autore di questa operazione), non è per nulla inferiore quanto ad efficacia alla creazione o alla risurrezione dei morti.

Al punto che tutti coloro nel cui cuore Dio opera in questo modo ammirabile sono certamente, infallibilmente ed efficacemente rigenerati, e credono di fatto. E allora la volontà già rinnovata non solo è spinta e mossa da Dio, ma, essendo spinta da Dio, opera anch’essa. Per cui, si può ben dire che anche l’uomo crede e si pente mediante la grazia che ha ricevuto.

Articolo XIII

Durante questa vita, i fedeli non possono pienamente comprendere il modo di questa operazione; tuttavia essi si sentono in pace, poiché sanno e sentono che mediante questa grazia di Dio credono veramente e amano il loro Salvatore.

Articolo XIV

La fede è quindi un dono di Dio, non perché è offerta da Dio al libero arbitrio dell’uomo, ma perché essa è realmente conferita, ispirata e infusa nell’uomo. E neppure perché Dio dona solo la capacità di credere e poi attende che la volontà dell’uomo vi acconsenta, o creda di fatto, ma perché egli stesso, che opera sia il volere sia il fare, che opera cioè tutto in tutti, produce nell’uomo e il voler credere e lo stesso credere.

Articolo XV

Dio non deve questa grazia a nessuno. Che cosa dovrebbe infatti a chi non può offrire nulla per primo, affinché gli sia reso? Che cosa dovrebbe a chi non ha di suo se non il peccato e la menzogna? Chi dunque riceve questa grazia deve eternamente ringraziare Dio e farlo effettivamente. Chi non la riceve, o non si preoccupa affatto di queste cose spirituali e si compiace in ciò che gli appartiene, oppure, essendo senza preoccupazioni, si vanta invano di avere ciò che non ha. Ora di coloro che esteriormente fanno professione di fede ed emendano la loro vita non si deve giudicare e parlare se non in bene, sull’esempio degli apostoli, perché noi non conosciamo l’interno del cuore. Ma per gli altri che non sono ancora chiamati bisogna pregare Dio, il quale chiama le cose che ancora non sono come se fossero. E non bisogna in alcun modo inorgoglirsi di fronte a loro, quasi che ci fossimo scelti da noi stessi.

Articolo XVI

Ora poiché nella caduta l’uomo non ha cessato di essere uomo, dotato di intelletto e di volontà, e il peccato che si è diffuso in tutto il genere umano non ne ha abolito la natura, ma l’ha depravato e ucciso spiritualmente, questa grazia divina della rigenerazione non opera negli uomini come se fossero tronchi o pezzi di legno, non sopprime la volontà e le sue proprietà e non la forza o costringe contro il suo volere, ma la vivifica spiritualmente, la guarisce, corregge e piega, con pari dolcezza e forza, affinché là dove prima regnava sovrana la ribellione e la resistenza della carne, ora cominci a regnare quella pronta e sincera obbedienza dello spirito in cui consiste il vero ristabilimento spirituale e la vera libertà della nostra volontà. E se non fosse per questo ammirevole operatore di ogni bene che agisce in questo modo al nostro posto, l’uomo non avrebbe alcuna speranza di rialzarsi dalla caduta mediante quel libero arbitrio con il quale si è precipitato nella perdizione quando era in piedi.

Articolo XVII

E come quest’onnipotente operazione di Dio, con cui egli produce e sostenta questa nostra vita naturale, non esclude ma richiede l’uso dei mezzi mediante i quali Dio, secondo la sua sapienza e bontà infinita, ha voluto dispiegare questa sua virtù, così la suddetta operazione soprannaturale di Dio, mediante la quale egli ci rigenera, non esclude né stravolge l’uso del Vangelo, che Dio infinitamente sapiente ha ordinato come seme di rigenerazione e come cibo dell’anima. Per cui, come gli apostoli e i dottori che li hanno seguiti hanno pienamente ammaestrato il popolo su questa grazia di Dio, per la sua gloria e per l’umiliazione di ogni orgoglio, ma non hanno trascurato di trattenerla con le sante ammonizioni del Vangelo, sotto l’esercizio della Parola, dei sacramenti e della disciplina, così non accada che coloro che insegnano e imparano nella chiesa, presumano di tentare Dio, separando le cose che Dio, secondo il suo beneplacito, ha voluto che fossero strettamente congiunte. La grazia è conferita infatti mediante le ammonizioni e più noi facciamo prontamente il nostro dovere, più è manifesto il dono di Dio che opera in noi ed è allora che la sua opera procede speditamente. Solo a Dio è dovuta tutta la gloria, sia dei mezzi che del loro frutto e della loro salutare efficacia, nei secoli dei secoli. Amen.

Rifiuto degli errori

Dopo aver esposto la dottrina ortodossa, il Sinodo rigetta gli errori di coloro che insegnano:

I. Che non si può dire, volendo parlare propriamente, che il peccato originale basti da solo per condannare l’intero genere umano o meritare le pene temporali ed eterne. Essi contraddicono, infatti, l’apostolo, il quale dice: “Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Romani 5:12). E al v. 16: “Dopo una sola trasgressione il giudizio è diventato condanna”. Similmente: “Il salario del peccato è la morte” (Romani 6:23).

II. Che i doni spirituali o le buone abitudini e virtù, quali la bontà, la santità, la giustizia, non possono essere esistite nella volontà dell’uomo al momento della sua prima creazione, per cui non può esserne stato neppure privato nella caduta. Ciò ripugna, infatti, alla descrizione dell’immagine di Dio, che l’apostolo fa in Efesini 4:24, presentandola attraverso la giustizia e la santità, virtù che hanno la loro vera sede nella volontà.
III. Che i doni spirituali non sono stati separati dalla volontà dell’uomo nella morte spirituale, poiché in se stessa essa non fu mai corrotta, ma solo impedita dalle tenebre dell’intelletto e dalla sregolatezza delle passioni, per cui togliendo questi impedimenti, la volontà può dispiegare quella libertà che le è connaturale, può cioè da se stessa o volere e scegliere o non volere e non scegliere qualunque bene le venga proposto. Ciò è nuovo ed errato, in quanto non tende che ad esaltare le capacità del libero arbitrio contro l’affermazione del profeta Geremia: “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?” (Geremia 17:9), e quella dell’apostolo: “Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d’ira, come gli altri” (Efesini 2:3).
IV. Che l’uomo non rigenerato non è totalmente né propriamente morto nel peccato o destituito di tutte le sue capacità per quanto riguarda il bene spirituale, ma può avere fame e sete di giustizia e di vita, e offrire a Dio il sacrificio di uno spirito contrito e umiliato che sia gradito a Dio. Ciò contraddice infatti le testimonianze evidenti della Scrittura: “Voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati” (Efesini 2:1, 5); “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo” (Genesi 6:5). Sia aggiunga che aver fame e sete di vita, di essere liberati dalla miseria e di offrire a Dio il sacrificio di uno spirito contrito e umiliato è proprio di coloro che sono rigenerati (Salmi 51:19) e di coloro che sono chiamati beati (Matteo 5:6).
V. Che l’uomo corrotto e animale [naturale] può servirsi talmente bene della grazia comune (con cui essi intendono il lume naturale) o dei doni rimasti dopo la caduta che attraverso questo buon uso egli può a poco a poco, e per gradi, ottenere una grazia maggiore, cioè la grazia evangelica e salutare e la stessa salvezza e che, per questo mezzo, Dio si dimostra disposto da parte sua a rivelare a Gesù Cristo a tutti, poiché amministra a tutti in modo sufficiente ed efficace i mezzi necessari alla rivelazione di Gesù Cristo e alla fede e al pentimento. Ora che ciò sia falso è testimoniato, oltre che dall’esperienza di ogni tempo, anche dalla Scrittura: “Egli fa conoscere la sua parola a Giacobbe, i suoi statuti e i suoi decreti a Israele. Egli non ha agito così con tutte le nazioni, e i suoi decreti esse non li conoscono” (Salmi 147:19-20); “Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che ogni popolo seguisse la propria via” (Atti 14:16); “Poi attraversarono la Frigia e la regione della Galazia, essendogli stato impedito dallo Spirito Santo di annunciare la Parola in Asia; e, giunti ai confini della Misia, cercavano di andare in Bitinia; ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro” (Atti 16:6-7).

VI. Che nella vera conversione dell’uomo non può avvenire che Dio riversi nella sua volontà nuove qualità, abitudini o doni, che quindi la fede, mediante la quale siamo inizialmente convertiti e a partire dalla quale siamo chiamati fedeli, non è una qualità o un dono infuso da Dio, ma una semplice azione dell’uomo e che essa non può essere chiamata un dono se non per il fatto che l’uomo ha la capacità di giungervi. Ciò contraddice infatti le sacre Scritture, le quali attestano che Dio effonde nei nostri cuori nuove qualità di fede, obbedienza e sentimento del suo amore: “Questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni, dice il Signore: Io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo” (Geremia 31:33); “Io infatti spanderò le acque sul suolo assetato e i ruscelli sull’arida terra; spanderò il mio Spirito sulla tua discendenza e la mia benedizione sui tuoi rampolli” (Isaia 44:3); “Or la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5:5). Esse ripugnano anche alla continua prassi della chiesa, la quale così prega: “Convertimi, o Dio, e io sarò convertito”.

VII. Che la grazia per la quale noi siamo convertiti a Dio altro non è che una dolce persuasione, oppure (come dicono gli altri) che il modo più nobile di agire nella conversione dell’uomo e il più adatto alla natura umana è quello che usa la persuasione. E che nulla impedisce che la grazia, che essi chiamano morale, che avviene cioè mediante ragioni persuasive, non renda spirituale l’uomo animale [naturale]; addirittura, che Dio non ottiene il consenso della volontà se non mediante la persuasione e che in questo consiste l’efficacia dell’operazione divina, con cui egli vince l’operazione di Satana, nel senso che Dio promette beni eterni, mentre Satana non promette che beni temporali. Ciò è infatti assolutamente pelagiano e contrario a tutta la Scrittura, la quale nella conversione dell’uomo riconosce, oltre a questo modo di operare, anche un altro modo, cioè quello dello Spirito Santo, molto più efficace e divino, come si legge nel capitolo 36 di Ezechiele al v. 26: “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”.

VIII. Che, nella rigenerazione dell’uomo, Dio non usa questi poteri della sua onnipotenza, in modo da flettere con forza e in modo infallibile attraverso di essi la sua volontà a credere e a convertirsi, ma che, poste tutte le operazioni della grazia di cui Dio si serve per convertire l’uomo, l’uomo può nondimeno resistere a Dio e allo Spirito Santo, anche quando Dio si propone e vuole rigenerarlo, e che l’uomo in realtà spesso gli resiste, al punto da impedire completamente la sua rigenerazione, e quindi dipende da lui l’essere o no rigenerato. Infatti, questo altro non è che sottrarre a Dio, nella nostra conversione, tutta l’efficacia della sua grazia e sottomettere l’azione di Dio onnipotente alla volontà dell’uomo. E questo contro gli apostoli, i quali insegnano che “[noi] crediamo l’immensità della sua potenza” (Efesini 1:19) e che Dio compie “con potenza ogni vostro buon desiderio e l’opera della vostra fede” (II Tessalonicesi 1:11). Similmente: “La sua potenza divina ci ha donato tutto ciò che riguarda la vita e la pietà mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la propria gloria e virtù” (II Pietro 1:3).

IX. Che la grazia e il libero arbitrio sono cause che concorrono fin dall’inizio alla conversione e che la grazia in quanto causa non precede nell’ordine l’efficacia o il movimento della volontà, cioè che Dio non aiuta efficacemente la volontà dell’uomo a convertirsi, prima che la stessa volontà dell’uomo si muova e si determini. La chiesa antica ha condannato infatti già da un pezzo questa dottrina dei pelagiani attraverso l’apostolo: “Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia” (Romani 9:16). E ancora: “Infatti, chi ti distingue dagli altri? E che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti come se tu non l’avessi ricevuto?” (I Corinzi 4:7). Similmente: “Infatti è Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo” (Filippesi 2:13).

IL QUINTO PUNTO DI DOTTRINA RIGUARDANTE LA PERSEVERANZA DEI SANTI

Articolo I

Coloro che Dio chiama secondo il suo immutabile disegno alla comunione con il suo Figlio nostro Signore Gesù Cristo e rigenera con il suo Santo Spirito, li libera certamente dalla dominazione e dalla schiavitù del peccato, ma non dalla carne e dal corpo del peccato durante questa vita.

Articolo II

Da ciò deriva il fatto che vediamo ogni giorno tanti peccati di debolezza e che anche le migliori opere dei santi non sono senza macchia. Questo offre loro continua materia per umiliarsi davanti a Dio, per ricorrere a Gesù Cristo crocifisso e con santi esercizi di pietà e di sospirare il compimento della perfezione, fino al giorno in cui, sciolti da questo corpo di peccato, regnino in cielo con l’Agnello di Dio.

Articolo III

A causa di queste rimanenze del peccato che abitano in noi e delle tentazioni del mondo e di Satana coloro che sono convertiti non potrebbero perseverare in questa grazia se fossero abbandonati alle loro proprie forze, ma Dio è fedele e li conferma misericordiosamente nella grazia che un tempo ha loro concesso e li preserva efficacemente fino alla fine.

Articolo IV

Ora, sebbene questa potenza di Dio che fortifica e conserva i veri fedeli nella grazia sia troppo grande per poter essere vinta dalla carne, sta di fatto che coloro che sono convertiti non sono sempre condotti e spinti da Dio in modo tale da non potersi allontanare, mediante le loro mancanze in determinate azioni particolari, dalla condotta della grazia ed essere sedotti dalle brame della carne per obbedire ad esse. Bisogna quindi che veglino sempre e preghino di non essere indotti in tentazione, poiché, se non lo fanno, non solo possono essere indotti dalla carne, dal mondo e da Satana a commettere dei peccati, anche gravi e atroci, ma esservi indotti a volte anche a causa di un giusto permesso di Dio, come ben dimostrano le tristi cadute di Davide, di Pietro e di altri santi personaggi ricordati nella Scrittura.

Articolo V

E così, con simili peccati essi offendono gravemente Dio, si rendono colpevoli di morte, contristano lo Spirito Santo, interrompono il corso dell’esercizio della fede, feriscono gravemente la loro coscienza, perdono a volte per un certo tempo il sentimento della grazia, fino a quando il volto paterno di Dio non torni ad illuminarli, allorché con un serio pentimento ritornano sulla retta via.

Articolo VI

Infatti, Dio, che è ricco di misericordia, secondo il disegno immutabile dell’elezione, non ritira mai completamente dai suoi il suo Santo Spirito, neppure in caso di tristi cadute, e non permette che cadano al punto da perdere la grazia dell’adorazione e lo stato di giustificazione o commettano il peccato per la morte o contro lo Spirito Santo, o che, essendo da lui completamente abbandonati, precipitino nella perdizione eterna.

Articolo VII

Infatti, in queste cadute Dio conserva in essi, anzitutto, questo suo seme immortale, mediante il quale sono rigenerati, in modo che esso non si perda o non sia completamente rigettato. Poi, egli li rinnova veramente ed efficacemente mediante la sua Parola e il suo Spirito, affinché si pentano e siano contristati nel cuore, e secondo Dio, dei loro peccati, e affinché con cuore contrito e umiliato ne desiderino e ottengano la remissione nel sangue del Mediatore mediante la fede, e sentano di conseguenza la grazia del Dio riconciliato, adorino le sue commiserazioni e la sua fedeltà e veglino in avvenire con maggior cura alla loro salvezza, con timore e tremore.

Articolo VIII

Così non è affatto per i loro meriti né per le loro forze, ma per la misericordia gratuita di Dio, che essi ottengono di non perdere totalmente la fede e la grazia, e di non rimanere e perire, infine, nelle loro cadute, cosa che non solo potrebbe avvenire facilmente, ma che avverrebbe certamente riguardo a loro, ma che non può assolutamente accadere riguardo a Dio. Infatti, il suo consiglio non può cambiare, la sua promessa non può decadere, l’elezione fatta in base al suo immutabile disegno non può essere revocata, il merito, l’intercessione e la protezione di Gesù Cristo non possono essere annullati, l’impegno dello Spirito Santo non può essere vanificato o abolito.

Articolo IX

Quanto a questa protezione degli eletti per la salvezza e alla perseveranza dei veri fedeli nella fede, gli stessi fedeli possono esserne certi, e ne sono di fatto assicurati, secondo la misura della fede con cui ritengono per certo che sono e resteranno sempre membri veri e vivi della chiesa e che hanno la remissione dei loro peccati e la vita eterna.

Articolo X

E tuttavia questa certezza non viene da una qualche particolare rivelazione che avverrebbe al di fuori e senza la Parola, ma procede dalla fede nelle promesse di Dio, che egli ha abbondantemente rivelato nella sua Parola per la nostra consolazione, e dalla testimonianza dello Spirito Santo che attesta al nostro spirito che noi siamo figli di Dio ed eredi (Romani 8:16-17). In ultima analisi, da un serio e santo studio di una buona coscienza e delle opere buone. Ché se gli eletti di Dio fossero privi in questo mondo di questa solida consolazione, che essi otterranno la vittoria, e di questa arca infallibile della gloria eterna, sarebbero i più miserabili di tutti gli uomini.

Articolo XI

E tuttavia la Scrittura testimonia che i fedeli devono combattere in questa vita contro diversi dubbi della carne e, quando sono scossi da gravi tentazioni, non sempre sentono questa piena consolazione della fede e questa certezza della perseveranza. Ma Dio, il Padre di ogni consolazione, non permette che essi siano tentati al di là delle loro forze, ma dona loro, con la tentazione, un tale fine che essi possono sostenerla (I Corinzi 10:13). E, attraverso lo Spirito Santo, egli risveglia di conseguenza in loro la certezza della perseveranza.

Articolo XII

Ora questa certezza della perseveranza, lungi dal rendere i veri fedeli orgogliosi e dall’immergerli in una sicurezza carnale, è la vera radice dell’umiltà, del rispetto filiale, della vera pietà, della pazienza in ogni lotta e combattimento, delle preghiere ardenti, della costanza nella croce e nella confessione della verità, e di una salda gioia in Dio. Al punto che la considerazione di questo dono è un pungolo per incitarli a un esercizio serio e continuo di riconoscenza e di buone opere, come appare dalle testimonianze della Scrittura e dagli esempi dei santi.

Articolo XIII

Così, quando la fiducia della perseveranza comincia a rivivere in coloro che sono rialzati dalla caduta, questo non genera affatto in loro codardia o trascuratezza della pietà, bensì, al contrario, un’attenzione molto maggiore a mantenersi con cura nelle vie del Signore, preparate perché, camminando in esse, conservino la certezza della loro perseveranza, per timore che, abusando della benignità paterna, il propizio volto di Dio (la cui contemplazione è più dolce ai fedeli della vita e la cui privazione più amara della morte) non si distolga da loro e non cadano così in maggiori tormenti dello Spirito.

Articolo XIV

E come è piaciuto a Dio cominciare in noi, per sua grazia, questa sua opera mediante la predicazione del Vangelo, così egli la conserva, la continua e la porta a compimento attraverso l’ascolto, la letture, l’esortazione, le minacce e le promesse dello stesso Vangelo, nonché attraverso l’uso dei sacramenti.

Articolo XV

Questa dottrina della perseveranza dei veri fedeli e santi e della sua certezza, che Dio ha abbondantissimamente rivelato nella sua Parola, a gloria del suo nome e a consolazione della anime pie e che imprime nel cuore dei fedeli, è tale che la carne in realtà non la comprende, Satana la odia, il mondo se ne fa beffe, gli ignoranti e gli ipocriti ne abusano e gli spiriti falsi la combattono, ma sta di fatto che la sposa di Gesù Cristo l’ha sempre amata molto teneramente e conservata costantemente come un tesoro di inestimabile valore. Dio farà in modo che essa continui il suo cammino. Contro di essa non può valere alcun consiglio né prevalere alcuna forza. A Dio solo, Padre, Figlio e Spirito Santo, sia onore e gloria per sempre. Amen.

Rifiuto degli errori

Dopo aver esposto la dottrina ortodossa, il Sinodo rigetta gli errori di coloro che insegnano:
I. Che la perseveranza dei veri fedeli non è un effetto dell’elezione o un dono di Dio acquistato dalla morte di Gesù Cristo, bensì una condizione della nuova alleanza che l’uomo, davanti alla sua elezione e alla perentoria giustificazione, come essi la chiamano, deve compiere con la sua volontà.La sacra Scrittura attesta, infatti, che essa viene dall’elezione ed è donata agli eletti in forza della morte, risurrezione e intercessione di Gesù Cristo: “Che dunque? Quello che Israele cerca, non lo ha ottenuto; mentre lo hanno ottenuto gli eletti; e gli altri sono stati induriti” (Romani 11:7). Similmente: “Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?” (Romani 8:32-35).

II. Che Dio dona effettivamente all’uomo fedele forze sufficienti per perseverare ed è pronto a conservargliele, se egli compie il suo dovere. E tuttavia, poste tutte le cose necessarie per perseverare nella fede e che Dio vuole usare per conservarla, il fatto di perseverare o no dipende sempre dalla libertà della volontà umana. Quest’affermazione è infatti apertamente pelagiana e volendo rendere liberi gli uomini, li rende sacrileghi, contro l’ininterrotto consenso della dottrina del Vangelo, che nega all’uomo ogni motivo di vanto e attribuisce la lode di questo dono alla sola grazia divina. E contro l’apostolo, il quale afferma che “Egli vi renderà saldi sino alla fine, perché siate irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo” (I Corinzi 1:8).

III. Che i veri fedeli e rigenerati non solo possono decadere completamente e definitivamente dalla fede giustificante, e anche dalla grazia e dalla salvezza, ma di fatto ne decadono spesso e periscono eternamente. Quest’opinione annulla infatti non solo la grazia della giustificazione e della rigenerazione, ma anche la protezione perpetua di Gesù Cristo, contro le parole espresse dell’apostolo san Paolo: “Dio invece mostra il proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall’ira” (Romani 5:8-9). E contro l’apostolo san Giovanni: “Chiunque è nato da Dio non persiste nel commettere peccato, perché il seme divino rimane in lui, e non può persistere nel peccare perché è nato da Dio” (I Giovanni 3:9). E contro anche le parole di Gesù Cristo: “Io do loro la vita eterna, e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre” (Giovanni 10:28-29).

IV. Che i veri fedeli e rigenerati possono commettere il peccato che è per la morte o peccato contro lo Spirito Santo. Infatti, l’apostolo san Giovanni, al capitolo 5 [della sua prima Lettera], dopo aver ricordato ai vv. 16 e 17 coloro che peccano a morte e aver vietato di pregare per loro, aggiunge allo stesso tempo al v. 18: “Noi sappiamo che chiunque è nato da Dio non persiste nel peccare; ma colui che nacque da Dio lo protegge, e il maligno non lo tocca”.

V. Che in questa vita non si può avere nessuna certezza della perseveranza futura, senza una speciale rivelazione. Con questa dottrina, infatti, i fedeli sono privati della più salda consolazione che possano avere durante questa vita e si ristabiliscono la sfiducia e le opinioni instabili della chiesa romana. Ma la sacra Scrittura ricollega ovunque questa certezza non a una rivelazione speciale e straordinaria, ma alle caratteristiche proprie dei figli di Dio e alle sue saldissime promesse. Soprattutto, l’apostolo Paolo: “Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 8:38- 39). E ancora: “Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. Da questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato” (I Giovanni 3:24).

VI. Che la dottrina riguardante la certezza della perseveranza e della salvezza è di per sé e per sua natura il guanciale della grazia ed è nociva alla pietà, ai buoni costumi, alle preghiere e agli altri santi esercizi, mentre è cosa lodevole il dubitarne. Tali persone mostrano infatti di ignorare l’efficacia della grazia divina e l’operazione dello Spirito Santo che abita negli eletti, e contraddicono l’apostolo san Giovanni che dice, a chiare lettere, tutto il contrario: “Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è” (I Giovanni 3:2). Essi sono ampiamente redarguiti dagli esempi dei santi, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, i quali, benché fossero assicurati della loro perseveranza e della loro salvezza, non hanno smesso di essere assidui nelle preghiere e negli altri esercizi della pietà.

VII. Che non vi è alcuna differenza fra la fede temporale e quella che giustifica e salva, se non per quanto riguarda la durata. Gesù Cristo stesso infatti (Matteo 13:20 e Luca 8:13ss) sottolinea chiaramente altre tre differenze in coloro che credono per un certo tempo e i veri fedeli quando dice che quelli ricevono il seme in terra pietrosa, questi in terra buona o in cuore buono; che quelli non portano frutto, mentre questi producono i loro frutti con costanza e perseveranza in diversa misura. VIII. Che non è affatto assurdo che, essendo venuta meno la prima generazione, l’uomo rinasca di nuovo, e che anzi succede spesso. Con questa dottrina, infatti, essi negano l’incorruttibilità del seme di Dio mediante il quale noi rinasciamo, contro la testimonianza dell’apostolo san Pietro: “Siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio” (I Pietro 1:23).

IX. Che Gesù Cristo non ha pregato in alcun luogo per la perseveranza infallibile dei fedeli nella fede. Essi contraddicono, infatti, lo stesso Gesù Cristo, il quale dice: “Ma io ho pregato per te (Pietro), affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli” (Luca 22:32) e l’evangelista san Giovanni, il quale attesta in Giovanni 17:11, che Gesù Cristo non ha solo pregato per i suoi apostoli, ma anche per tutti coloro che crederanno mediante la loro parola: “Padre santo, conservali nel tuo nome, quelli che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi” e al v. 15: “Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno”.

Ecco la chiara e franca dichiarazione della dottrina ortodossa riguardante i cinque articoli discussi nei Paesi Bassi, e insieme il rifiuto degli errori da cui le chiese dei Paesi Bassi sono state travagliate per un certo tempo, dottrina che il Sinodo giudica essere tratta dalla parola di Dio ed essere conforme alle confessioni delle chiese riformate.

È quindi evidente che coloro ai quali non spettava in alcun modo hanno agito contro ogni verità, equità e carità, quando hanno voluto far credere al popolo che la dottrina delle chiese riformate riguardante la predestinazione e i punti ad essa collegati distoglie di per sé e per la sua propria natura i cuori degli uomini da ogni forma di pietà e di religione. Che essa è il guanciale della carne e del diavolo. Che è la fortezza di Satana a partire dalla quale egli tende a ognuno le sue imboscate, ne ferisce un grandissimo numero e ne trafigge a morte molti con i dardi vuoi della disperazione vuoi della sicurezza. Che la stessa dottrina fa di Dio l’autore del peccato, ingiusto, tiranno, ipocrita, che altro non è che stoicismo, manicheismo, libertinismo, turchismo rappezzato. Che questa dottrina rende gli uomini carnalmente trascurati, persuadendoli quasi che, qualunque vita si conduca, nulla può nuocere alla salvezza degli eletti, e che quindi, senza alcun timore, si possono commettere sfrontatamente le più tremende malvagità. Che se anche i reprobi compissero veramente tutte le opere dei santi, a nulla gioverebbe per la salvezza. Che, secondo la stessa dottrina, si insegna che Dio, per il solo e puro piacere della sua volontà, senza alcuna considerazione o riguardo per alcun peccato, ha predestinato e creato per la dannazione eterna la maggior parte degli uomini. Che esattamente come l’elezione è la sorgente e la causa della fede e delle buone opere, così la riprovazione è causa dell’infedeltà e dell’empietà. Che molti bambini innocenti dei fedeli sono strappati alle mammelle delle loro madri e tirannicamente gettati nella geenna, al punto che non sono loro di alcun profitto né il sangue di Gesù Cristo né il battesimo né le preghiere della chiesa fatte al loro battesimo. E molte altre simili assurdità che le chiese riformate non solo non riconoscono ma detestano di tutto cuore.

Perciò, questo Sinodo di Dordrecht supplica e chiede, nel nome del Signore, che tutti coloro che invocano religiosamente il nome del nostro salvatore Gesù Cristo abbiano a giudicare della fede e della dottrina delle chiese riformate non attraverso calunnie raccolte qua e là e neppure in base alle affermazioni particolari di certi dottori, sia antichi che nuovi, avanzate molto spesso in mala fede, o corrotte e stravolte nel loro significato, bensì al contrario attraverso le confessioni pubbliche delle stesse chiese e attraverso questa dichiarazione della dottrina ortodossa confermata dall’unanime consenso di tutti i membri del Sinodo o di ognuno di loro in particolare.

Inoltre, il Sinodo ammonisce seriamente gli stessi calunniatori perché riflettano sui gravi giudizi di Dio che dovranno subire coloro che dicono false testimonianze contro tante chiese e contro tante confessioni delle chiese, che turbano le coscienze dei deboli e si danno tanto da fare per rendere sospetta a molti la comunione dei veri fedeli.

Infine, questo Sinodo esorta tutti i propri compagni di attività nel Vangelo di Gesù Cristo perché, trattando questa dottrina nelle scuole e nelle chiese, si comportino con pietà e religione, la conformino e la facciano servire tanto oralmente che per iscritto alla gloria del nome di Dio, alla santità della vita e alla consolazione dei cuori desolati, non solo sentano ma parlino anche con la Scrittura secondo l’analogia della fede, in breve, si astengano assolutamente da discorsi che oltrepassano i confini del senso ovvio delle sacre Scritture, che ci sono prescritte e potrebbero dare motivo ai sofisti arroganti e turbolenti di diffamare o anche di calunniare la dottrina delle chiese riformate.

Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, il quale, seduto alla destra del Padre, fa dei doni agli uomini, voglia santificarci nella verità, ricondurvi coloro che si sono sviati, chiudere la bocca ai calunniatori della santa dottrina ed elargire lo Spirito di discernimento ai fedeli ministri della sua Parola, affinché tutti i loro propositi tendano alla gloria di Dio e all’edificazione degli ascoltatori. Amen.